Prigioniera dell’amore sbagliato

Buongiorno, mi è stato chiesto se me la sento di raccontare qualcosa della mia storia personale. A quel punto ho capito quanta strada ho fatto e quante cose devo ancora affrontare.

Il 12 gennaio 2021, alle ore 10:30, ero a letto con 38 e mezzo di febbre. Ho ricevuto una chiamata dal mio Comune di residenza: mi dicevano di passare da loro perché avevo un appuntamento proprio a quell’ora, ma non mi ero presentata.

Ho semplicemente risposto che non potevo uscire di casa perché non avevo la chiave.

Non sapevo ancora che proprio quella chiave che non avevo sarebbe diventata, in qualche modo, la mia via d’uscita.

Da anni mio marito mi teneva sotto controllo. Ero spesso chiusa in casa, non ero libera di uscire, mi cambiava continuamente il numero di telefono e controllava i miei contatti. Quella mattina, però, qualcosa sarebbe cambiato.

Ma per raccontare come sono arrivata fino a quel 12 gennaio devo tornare molto indietro nel tempo.

La mia storia comincia in Marocco

Nel febbraio del 2003 avevo 13 anni e aspettavo mio papà al suo ritorno dall’Italia. Eravamo molto contenti, io e i miei fratelli, come tutti gli anni. Ma questa volta era tutto diverso.

In macchina, da lontano, vidi scendere due persone: erano mio papà e un’altra donna. Si era sposato con una seconda moglie.

Mia mamma era al corrente di tutto, ma non ci aveva detto niente. Io e i miei tre fratelli eravamo scioccati. Non ci aspettavamo che nostro papà facesse una cosa del genere, anche se da noi, musulmani, gli uomini possono sposare più donne.

Abbiamo trascorso un mese con questa donna. Ha cercato di avvicinarsi a noi, di conquistarci e, diciamo, ci è riuscita bene.

L’obiettivo dell’arrivo di mio papà in Marocco era portarci con lui in Italia. Per me era una cosa inaccettabile, perché significava non stare più con mio nonno. Lui era la mia vita e mi aveva cresciuta fin da piccola, cosa che mio papà non aveva mai fatto.

Finita la vacanza, arrivò il momento di partire verso l’Italia. Da quel giorno, proprio durante il viaggio in autostrada, la nostra vita cambiò. A causa di una lite molto pesante tra mio papà e sua moglie, capii con chi avevamo a che fare.

Arrivammo sane e salve in Italia, ma niente quadrava.

Dalla libertà passai al controllo.

Da subito iniziai a notare tante cose a cui non ero abituata. Mia matrigna ci trattava come degli schiavi: dovevamo fare qualsiasi cosa a modo suo. Per esempio, quando tornava dal lavoro pretendeva di trovare tutto pronto e si faceva persino massaggiare i piedi da mia mamma.

Mia mamma faceva tutto per evitare problemi e litigate.

La mia matrigna aspettava il ritorno di mio papà per trovare qualsiasi scusa per litigare. Gli diceva: “I tuoi figli mi hanno risposto male”, oppure: “Non mi hanno ascoltata, io voglio solo il loro bene…”.

In poche parole, eravamo tutti costretti da mio papà a chiederle scusa e ad abbracciarla ogni volta, solo per evitare che uscisse di casa.

Passavano i mesi ed era sempre la stessa storia, anzi, sempre peggio.

Dopo un anno e mezzo eravamo tutti stanchi, arrivati al limite. Io frequentavo la terza media, mentre mio fratello aveva iniziato a lavorare a 15 anni.

Mia sorella più grande si buttò dalla finestra del secondo piano per dare un taglio alla sua vita. Fecero di tutto per non averla più in casa: la mandarono in psichiatria e subito dopo si ritrovò in comunità.

Io iniziai a fumare di nascosto.

Successivamente allontanarono anche mia sorella piccola, mandandola in Marocco perché crescesse con mia zia.

In pratica, eravamo rovinati per bene.

La prima volta che sono scappata

Il 12 aprile 2007 fui picchiata molto forte da mio papà e dalla mia matrigna perché ero andata a trovare mia sorella maggiore. Loro, invece, pensavano che fossi uscita con il mio fidanzato, lo stesso ragazzo che volevano farmi sposare. Non era una cattiva persona, ma faceva parte della famiglia della mia matrigna.

Quello stesso giorno scappai di casa.

Feci tanta strada e attraversai perfino un bosco. Alle dieci di sera non avevo un piano, non sapevo dove andare e non avevo nemmeno un soldo.

Mi chiamò mia sorella per chiedermi se andasse tutto bene, perché sapeva che mi avrebbero sgridata.

Le risposi che andava tutto bene, ma il tono della mia voce non la convinse. Scoppiai a piangere per il dolore che avevo e, a quel punto, le raccontai tutto quello che era successo.

Mi diede un punto di riferimento dove aspettarla fino al suo arrivo. Quando mi vide in quello stato, mi portò subito in ospedale, dove trascorsi venti giorni. Compii i miei 17 anni proprio in ospedale e la mia storia finì perfino sul giornale.

Gli assistenti sociali mi portarono in una comunità a Milano, dove iniziai un’altra vita, più tranquilla e serena. Imparai tante cose.

Dopo qualche mese fui trasferita in un’altra comunità a Como, vicino a mia sorella maggiore. Lei ormai si era sistemata: aveva un lavoro e una casa.

Io feci anche un corso alberghiero. Stavo andando molto bene e il mio percorso stava avendo successo.

A diciotto anni e mezzo ero pronta per lasciare la comunità. Trovai un bel posto di lavoro e una bella casa nel centro di Como.

Insomma, ero autonoma.

Ma quella bella vita durò solo un anno.

L’incontro con lui

Nel dicembre del 2010 ero al lavoro quando una chiamata di mia cugina capovolse di nuovo la mia vita.

Mi disse che c’era una persona che avrei potuto conoscere. Senza pensarci due volte – me lo ricordo come se fosse oggi – le risposi solamente:

“È una brava persona?”

Mi affidai alla sua parola.

Lei mi rispose: “Sì, è bravo, è in Italia e in Marocco abita vicino a mia zia. Lo conosce bene. Se ti interessa ti giro il suo numero”.

Io, in quel momento, ero sola.

A dir la verità avevo bisogno di qualcuno che mi desse supporto, che mi stesse vicino e che mi consolasse un po’. Mentre scrivo queste parole mi viene da ridere pensando a quanto fossi ingenua.

Lo chiamai il giorno dopo e mi presentai.

Fu una telefonata piacevole. Mi sentii apprezzata da lui e, durante quella stessa chiamata, decidemmo di vederci.

Passarono solamente tre giorni e ci incontrammo a Como. Facemmo una passeggiata sul lungolago e mi sembrava la fine del mondo: era educato e gentile con me.

Vi sembrerà strano, ma quello stesso giorno decidemmo di sposarci.

Passarono due mesi dal nostro primo incontro e mi ritrovai a vivere con lui.

Il primo giorno di matrimonio ero sola in una casa, in un paese che non conoscevo nemmeno, perché lui lavorava di notte in un panificio. Posso dire soltanto che ero terrorizzata dall’idea di passare la luna di miele in quello stato.

Ma la mia vera vita con lui iniziò già il terzo giorno di matrimonio.

Il primo schiaffo

Proprio il terzo giorno arrivò uno schiaffo pieno di rabbia, così forte e doloroso che per un momento non sentivo nemmeno quello che mi stava dicendo.

Ero scioccata, spaventata, terrorizzata. Ricordo soprattutto i suoi occhi: mi sembravano di fuoco.

E tutto questo perché?

Semplicemente perché non avevo risposto a una sua chiamata mentre lui era fuori.

Quello schiaffo mi fece finire al pronto soccorso. Dissi di essere caduta dalle scale, ma non mi credevano perché non avevo nessun altro dolore. Cercarono di capire se andasse davvero tutto bene, ma lui era sempre attaccato a me e io non potevo dire nient’altro.

Dopo la visita tornammo a casa e lui diventò un’altra persona. Mi chiese scusa in tutti i modi.

Per paura accettai le sue scuse.

A dir la verità, mi sentivo sola.

Avevo lasciato il mio lavoro e la bellissima vita che mi ero appena costruita.

Da quel momento, per undici lunghissimi anni, si ripeté sempre la stessa cosa: botte, insulti, umiliazioni, sentirsi indesiderata. Violenza fisica, ma soprattutto psicologica.

Ho sopportato tutto questo per i miei figli.

Sempre più isolata

Dopo nove mesi di matrimonio rimasi incinta della mia prima figlia. Lei mi diede una luce per continuare a vivere.

Quando era ancora nella mia pancia parlavo tutto il giorno con lei. Mi consolava, perché non potevo fare altro.

Ero sempre chiusa in casa.

A causa della sua gelosia esagerata, mio marito pensava continuamente che lo tradissi. Mi cambiava numero di telefono di continuo e non mi permetteva nemmeno di fare una ricarica, così non potevo chiamare nessuno.

Perfino quando dovevo sentire i miei familiari, dovevo chiamarli dal suo telefono.

Gli anni passavano e io ero sempre più manipolata da lui.

Nella mia testa sapevo che le cose non andavano per niente bene, ma cercavo di salvare quel matrimonio a tutti i costi.

Ho soddisfatto tutte le sue esigenze: mi ha fatto fumare sigarette e canne, ho perfino bevuto alcolici. Ho fatto da psicologa, da badante, da amante. Di tutto e di più.

A un certo punto tutto questo mi sembrava quasi normale.

Gli sono stata dietro per tanti anni.

Fino a quella telefonata del 12 gennaio 2021.

La mia via d’uscita

Torniamo quindi a quella mattina.

Ero a casa con la febbre e non avevo la chiave per uscire. La telefonata del Comune mi mise davanti a una possibilità che fino a quel momento non avevo avuto il coraggio di prendere.

Quando finalmente mi trovai davanti agli assistenti sociali, con lui presente, li supplicai di aiutarmi ad allontanarmi da mio marito.

Ci misi solamente cinque secondi per riflettere.

Era la mia unica via d’uscita.

Lui si alzò in piedi per darmi uno schiaffo davanti al sindaco e all’assistente sociale, ma poi, spaventato dalla situazione e da come aveva reagito, sbatté la porta e uscì.

Io tirai un grande respiro di sollievo.

Finalmente potevo parlare con loro liberamente.

Li supplicavo di non mandarmi a casa. Arrivai perfino a baciare la mano del sindaco pur di non uscire da quell’ufficio.

Loro cercavano di tranquillizzarmi, ma io non ci credevo. Per circa dieci minuti continuai a ripetere:

“Io da qui non esco”.

Mi portarono subito dalle forze dell’ordine per fare la denuncia.

Mi fecero tante domande e io continuavo a chiedere:

“È vero che non lo mandate in prigione?”

Perché, nonostante tutto, non volevo fargli del male.

Mentre ero lì chiamai la scuola chiedendo di non far uscire i miei figli, nel caso fosse venuto lui a prenderli.

Dopo l’uscita di tutti gli alunni, i Carabinieri mi accompagnarono a scuola a prenderli. Erano spaventati quando mi videro arrivare insieme a loro e avevano mille domande.

Andammo subito a casa per prendere il necessario, perché mi avevano trovato una sistemazione dove dormire quella notte.

I Carabinieri mi aiutarono a preparare le valigie prima che lui tornasse.

E da quel momento ho affrontato la mia vita da sola, con i miei due figli.

Ovviamente con l’aiuto di tante persone che mi hanno affiancata e che continuano a farlo ancora oggi.

In questi cinque anni lontana da lui sono riuscita ad avere un lavoro a tempo pieno, una macchina e ho addirittura comprato casa.

Insomma, non ho mai mollato.

E non mollerò mai.

Grazie per avermi ascoltata e grazie alle tantissime persone che mi hanno dato la possibilità di vedere di cosa sono capace.

Riparo

Riparo è una voce collettiva.
Uno spazio di ascolto e testimonianza che raccoglie storie anonime di donne, trasformando la parola in consapevolezza, riconoscimento e possibilità di rinascita.